LO SCEICCO BIANCO #cinema #fellini #albertosordi

lo sceicco biancoGirato nel 1952, due anni dopo l’esordio in coabitazione con Alberto Lattuada nella regia di Le luci del varietà, Lo sceicco bianco, pur non raggiungendo la perfezione formale che caratterizzerà il cinema di Fellini ad iniziare dal successivo I vitelloni, offre sicuramente una moltitudine di motivi d’interesse. Il film non venne accolto favorevolmente: solo i critici più lungimiranti colsero, sotto le mentite spoglie della commediola sentimentale, la sovrapposizione dei piani di lettura e l’amaro disincanto con cui Fellini fotografava la realtà italiana che, dalle macerie della guerra, stava alzando lo sguardo verso il boom economico. I più, e con loro la maggioranza del pubblico, lo considerarono un ibrido mostruoso, un incomprensibile esperimento privo sia della leggerezza della commedia che del rigore del cinema neorealista. Il più caustico (del quale non mi interessa ricordare il nome) si augurò che a una tale opera prima il giovane regista riminese non ne facesse seguire una seconda.

Due giovani sposi, Ivan e Wanda, arrivano a Roma in Luna di miele da un paese costiero di una non meglio specificata provincia. Ivan (Leopoldo Trieste), piccolo borghese dabbene, smanioso di salire qualche gradino della scala sociale, vuole sfruttare l’occasione per stringere i rapporti con un suo influente zio, trasferitosi a Roma già da un bel po’ d’anni. Lo zio ha promesso al nipote di ottenere un’udienza dal Papa per benedire il fresco matrimonio, evento reso ancor più solenne dalle coordinate cronologiche del film, l’anno santo del 1950. Wanda (Brunella Bovo), romantica e ingenua, sogna di incontrare il suo eroe dei fotoromanzi, lo Sceicco bianco, all’anagrafe Fernando Rivoli (un Alberto Sordi cazzone e paraculo come non mai). Così, una volta sistematisi in albergo, la sposina con una scusa si allontana e va alla ricerca del set fotografico in cui è impegnato il suo eroe. Lo trova in una pausa del set, mentre si rilassa dondolandosi su un’altalena vertiginosa. Lo Sceicco bianco, avvezzo agli effetti prodotti dalla sua popolarità nell’universo femminile, coglie al volo l’occasione, con l’intento di procurarsi una lieta avventura e scrittura Wanda per una comparsata da odalisca. Una volta finito il lavoro sul set, offre alla sposina una romantica gita in barca, durante la quale tenta di approfondirne la conoscenza. L’energica reazione sdegnata della giovane rischia di far naufragare la piccola imbarcazione, ma l’intervento di provvidenziali soccorritori li riporta sulla riva, dove trovano ad aspettarli la troupe e la moglie di Fernando che, piuttosto inviperita per il comportamento del mancato fedifrago, schiaffeggia la sposina, mentre lo sceicco di carta sgattaiola indecorosamente. Disperata dall’aver scoperto che dietro il velo di Maja dei suoi sogni ci fosse nascosta cotanta meschinità, Wanda, rimasta sola e ancora vestita da odalisca, viene riaccompagnata a Roma da un dongiovanni. Dopo aver lasciato un messaggio di addio al portiere dell’albergo, tenta il suicidio gettandosi nel Tevere, ma viene salvata da un fiumarolo e successivamente accompagnata in ospedale.

Nel frattempo, col passare delle ore, Ivan inizia a preoccuparsi sempre più seriamente per l’assenza della moglie, tanto più che l’influente zio si dimostra smanioso di farne la conoscenza. Arginato lo zio con qualche scusa di circostanza, si mette alla ricerca della sposina. Da alcune lettere trovate nella sua valigia, capisce che Wanda è andata a concedersi allo Sceicco bianco. Ormai convinto della sua perduta innocenza, decide di denunciarne la scomparsa ai carabinieri. Sfinito e col viso inondato dalle lacrime, si siede in una piazzetta e qui incontra due prostitute, la romana Cabiria (Giuletta Masina, un film che si farà nel film che si sta facendo!) e la veneta Assunta (Jole Silvani) che cercano di tirarlo su. L’indomani mattina, mentre è alla disperata ricerca di una spiegazione plausibile e dignitosa da offrire allo zio, viene avvisato dal portiere del messaggio della moglie. Finalmente ritrovata, i due si sistemano alla meno peggio e in fretta e furia prendono un taxi ed arrivano in Piazza San Pietro, proprio quando i fedeli ammessi all’udienza stanno iniziando ad entrare. Lo zio, dopo un rapido check up, abbraccia la sposina. Le apparenze sono salve, la benedizione attende, il resto si vedrà.

Lo sceicco bianco, per il quale Fellini si avvalse della collaborazione di Tullio Pinelli e Michelangelo Antonioni per il soggetto e dello stesso Pinelli ed Ennio Flaiano per la sceneggiatura, segnò l’inizio del fortunato sodalizio con Nino Rota. Nel film è già ben presente quel REALISMO ONIRICO, vero e proprio marchio di fabbrica del grande regista riminese. Attraverso un utilizzo poetico dell’ironia e del grottesco, Fellini mette alla berlina il provincialismo di un’Italia stretta tra il condizionamento bigotto di Santa Romana Chiesa e le “magnifiche sorti e progressive” dello sviluppo economico e della nascente società dello spettacolo. Ben lungi dal raggiungere quel mirabile equilibrio tra la realtà e la dimensione onirica che caratterizza le opere della maturità, Lo sceicco bianco, oltre ad essere una più che dignitosa opera prima, è un tassello fondamentale nella composizione del mosaico felliniano.

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