IL TENORE MARIO DE CANDIA, ESULE CAGLIARITANO #opera #musica #tenore

mario de candia

Fu acclamato interprete di Meyerbeer, Mozart, Rossini, Auber, Donizetti, Bellini e Verdi a Parigi, Londra, San Pietroburgo e in Nord-America; tenne a battesimo il Don Pasquale di Donizetti e lo Stabat Mater di Rossini; Verdi, per l’esordio parigino de I due Foscari, compose una cabaletta appositamente per lui. Ma per comprendere la straordinaria complessità di Mario (senza cognome), nome d’arte di Giovanni Matteo De Candia, come uomo e come artista, bisogna giocoforza ripercorrerne la romanzesca biografia.

Nato a Cagliari il 17 ottobre 1810 da padre ufficiale in carriera, poi Governatore di Nizza, e da madre di nobile famiglia ozierese, fu anche lui destinato alla carriera militare. Stabilitosi con la famiglia in Piemonte, a 12 anni venne iscritto dal padre al Collegio militare di Torino, dove ebbe come compagni di corso Camillo Benso e Alfonso Lamarmora. Una volta diplomatosi con i gradi di sottotenente, venne incorporato nei Cacciatori di Sardegna di stanza a Genova.

Nel capoluogo ligure De Candia  entrò in contatto con gli ambienti della Carboneria mazziniana, in un periodo contrassegnato da moti rivoluzionari che attraversarono mezza Europa, Italia compresa. Dopo i fatti di Parigi della fine del luglio del 1830 che costrinsero all’abdicazione Carlo X, il governo Sabaudo mise in atto operazioni di polizia contro la cospirazione repubblicana che portarono all’arresto dello stesso Mazzini.

De Candia probabilmente si trovò coinvolto in qualche misura e questo rese assai problematiche le relazioni col padre, integralmente lealista. Dopo ripetuti avvisi, l’autorità sabauda gli tese una trappola: gli affidò una missione in Sardegna con l’intento di confinarlo nella sua città natale e di indurlo alla delazione. Il giovane sottotenente intuì la trama e tentò un chiarimento con Carlo Alberto. Gli ordini vennero confermati e a quel punto De Candia fuggì a Marsiglia e successivamente riparò a Parigi.

Un’altra ipotesi vorrebbe il venir meno della protezione dell’influente padre a causa della condotta mondana del futuro tenore, frequentatore dei salotti dell’alta borghesia sabauda, in cui non era restio ad esibirsi come cantante. Stando alle memorie del fratello Carlo, il giovane ufficiale contrasse un debito ingente che il padre si rifiutò di coprire. Ad ogni buon conto, sia stato per amore degli ideali liberali e repubblicani o per un più vile problema di pecunia o per entrambe le motivazioni, il non ancora Mario ripudiò la divisa e ripiegò verso la Francia.

A Parigi sbarcò il lunario dando lezioni di scherma ed eseguendo piccoli lavori di pittura e scultura. Grazie all’interessamento della Principessa di Belgioioso, sensibile alla causa degli esuli italiani e al talento dimostrato dal giovane come cantante di romanze, il suo nome iniziò a girare per i salotti parigini ed ebbe modo di conoscere la crema della cultura dell’epoca. Giacomo Meyerbeer, che già nel 1831 si era affermato come maestro del Grand Opera con Robert le diable, notò le straordinarie doti naturali del giovane e lo convinse ad iscriversi al conservatorio per perfezionare la tecnica vocale sotto la guida dei maestri Ponchard e Bordogni.

Per la ripresa di Robert le diable del 1838 all’Operà, l’impresario Duponchel, di comune accordo con Meyerbeer, gli propose il debutto da protagonista per sostituire il tenore Duprez, andato via da Parigi. L’intento era di sfruttare l’effetto sorpresa, mettendo in scena un cantante italiano, per giunta di nobile lignaggio, sostenuto dall’indubbia qualità vocale e da una straordinaria presenza scenica. Pressato da alcune nobildonne sue ammiratrici, De Candia accettò, ma per non infangare il buon nome della casata, decise di assumere il nome d’arte di Mario e promise solennemente alla madre di non esibirsi mai in Italia.

Il successo arrise subito al tenore cagliaritano, tanto che l’anno successivo debuttò a Londra nella Lucrezia Borgia di Donizetti, suscitando l’ammirazione della giovane Regina Vittoria. Nell’opera del compositore bergamasco, condivise la scena con il celebre soprano Giulia Grisi che divenne la sua compagna per tutta la vita. Ritornato a Parigi, divenne attrazione fissa del Theatre des Italiens, consacrandosi come uno dei migliori interpreti della tradizione belcantista. In Inghilterra fu acclamato protagonista nelle stagioni londinesi e in vari festival. A San pietroburgo divenne modello imprescindibile per la giovane scuola di canto russa. Tra il 1854 e il 1855 fece una trionfale tournèe negli Stati Uniti.

Ma il canto non fu l’unica attività di Mario. Le sue residenze di Parigi e Londra divennero un punto d’incontro per gli esuli italiani e si prodigò per sovvenzionare la causa dell’Unità d’Italia e le spedizioni garibaldine. Dopo l’amnistia del 1848, rientrò in Italia con Giulia Grisi, dalla quale aveva avuto sei figlie, delle quali tre sopravvissute, ed acquistò la Villa Salviati di Firenze, frequentata dai maggiori protagonisti del Risorgimento e della cultura italiana. Dopo la morte della compagna, avvenuta nel 1869, vendette la villa, sia per l’insopportabile peso dei ricordi, sia per l’impossibilità di mantenere quel tenore di vita. Solo in un’occasione venne meno alla promessa di non esibirsi in Italia: quando fu interprete dello Stabat Mater di Rossini a Pesaro, per la commemorazione del grande compositore.

Abbandonò le scene nel 1873, interpretando la Favorita di Donizetti negli Stati Uniti, dopo oltre trent’anni di successi. Gli ultimi anni li passò in una modesta dimora romana presa in affitto, dopo aver bruciato l’ingente patrimonio con le sovvenzioni alla causa risorgimentale e con uno stile di vita lussuoso. Gli estimatori parigini gli garantirono un modesto vitalizio. Si spense l’11 dicembre del 1883.

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