ERNESTO DE MARTINO #antropologiaculturale #religione #tarantismo

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Ernesto De Martino è stato, al pari di CLAUDE LEVI-STRAUSS, non solo un gigante del pensiero etnologico e antropologico, ma anche un precursore di quella coscienza critica dell’omologazione e del colonialismo culturale che si è andata affermando nell’opinione pubblica (meno nei governi) dal ’68 in poi. Si può dire che, mentre Levi-Strauss si è soffermato in particolare sugli effetti devastanti cagionati dall’occidente sulle società cosiddette primitive, De Martino ha indirizzato il suo interesse  in una prospettiva specificatamente interna, occupandosi dei retaggi arcaici persistenti nella società borghese e dei traumi identitari causati dall’invadenza pervasiva e omologante di questa.

Partito dalle posizioni dello storicismo crociano e da un’adesione alla mistica del fascismo, vista come baluardo identitario in grado di unire il popolo in una vera religione civile, De Martino si distaccò da entrambe negli anni della guerra. Nel 1945 era già segretario di federazione dei socialisti (Psiup, poi Psi) in Puglia, per aderire 5 anni più tardi al Pci. Intanto, nel 1948 pubblicava per la collana di studi religiosi di Einaudi, diretta da Cesare Pavese (e successivamente dallo stesso De Martino), il volume Il mondo magico, nel quale prendeva le distanze da Croce, in polemica con la visione etnocentrica del filosofo abruzzese che negava la piena dignità ad ogni cultura altra rispetto a quella occidentale. De Martino, influenzato dall’estetica heideggeriana, riconosceva alla magia una funzione di garanzia dell’esserci nella comunità tradizionale, salvaguardandola, oltrechè dagli eventi traumatici naturali, dalla crisi di presenza causata dalla omologazione della modernità e riscattandola dalla subalternità nei confronti della società borghese.

La militanza politica, intanto, unitamente alla lettura di Carlo Levi e Antonio Gramsci e all’incontro col poeta contadino Rocco Scotellaro, lo portava ad interessarsi in modo sempre più specifico della questione meridionale, intesa naturalmente da un punto di vista etnologico, come subalternità e disgregazione della società tradizionale contadina. Congiuntamente a un rinnovato e approfondito interesse verso la psichiatria e la psicologia, questa organicità di De Martino alle problematiche meridionaliste stava alla base delle ricerche e delle pubblicazioni degli anni a cavallo tra la fine dei ’50 e l’inizio dei ’60, in particolare con la cosiddetta trilogia meridionalista (Morte e pianto rituale, 1958; Sud e magia, 1959; La terra del rimorso, 1961).

Particolarmente con La terra del rimorso, frutto delle ricerche sul campo effettuate in Salento attorno al fenomeno del tarantismo, De Martino inaugurava la ricerca multidisciplinare antropologica: della spedizione, infatti, facevano parte un medico, uno psichiatra, una psicologa, uno storico delle religioni, un etnomusicologo, un’antropologa culturale e un documentarista cinematografico. Oltre che nella fondamentale apertura di un dialogo interdisciplinare e nell’affermazione della funzionalità del folclore magico-rituale nella società contadina, l’importanza di questo ciclo di studi risiede nell’aver posto le basi per un’antropologia culturale capace di analizzare obiettivamente non più esclusivamente l’altrove culturale, ma aree appartenenti alla stessa geografia della tradizione scientifico-tecnologica.

Ottenuta la cattedra in Storia delle Religioni all’Università di Cagliari nel 1957, De Martino rivolgeva la sua ricerca anche in senso internazionale, occupandosi di rituali magici e orgiastici, rispettivamente nella Germania e nella Svezia contemporanea, e della simbologia cerimoniale nell’URSS. Gli ultimi anni di vita venivano impegnati in uno studio sull’Apocalisse e sull’escatologia, beninteso non limitato alla tradizione giudaico-cristiana, ma in un panorama ben più ampio, abbracciante la mitologia e le religioni non rivelate, la letteratura, la filosofia, la teoria marxista e la casistica psichiatrica. Questa ricerca sarebbe poi confluita nel saggio La fine del mondo, pubblicato oltre un decennio dopo la morte di De Martino, avvenuta prematuramente a Roma nel 1965, a cura dell’ex assistente Clara Gallini.

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