SACRALITA’ E ARTE #arte #religione #simbolo

pittura paleolitica

Sacralità e arte traggono la loro origine dallo stesso orizzonte: la necessità di esprimere l’indicibile, di comprendere l’incomprensibile, di assicurarsi l’aleatorio. Le prime manifestazioni religiose e artistiche, ascrivibili con certezza all’Homo Sapiens (anche se ci sono indizi che potrebbero farle risalire al Neanderthal), ci mostrano due discipline fortemente connesse, probabilmente due aspetti complementari di una stessa pratica rituale. Entrambe svolgono una funzione di sintesi di tutto ciò che trascende le possibilità umane, attraverso l’utilizzo della metafora e del simbolo. Le pitture parietali e le Veneri paleolitiche denotano l’esigenza di condizionare il corso naturale degli eventi attraverso il rituale magico.

Con la rivoluzione neolitica, l’esigenza di stanzialità dovuta alla coltivazione dei campi e all’allevamento da il via al progressivo allargamento della comunità. La società semplice dei cacciatori-raccoglitori viene sostituita da una ben più complessa e strutturata, in cui si delineano le differenti specializzazioni degli individui. L’artista assume, accanto alla funzione magico-rituale, una funzione per così dire decorativa, di abbellimento dei luoghi e degli oggetti in uso alla comunità. Il religioso, approfittando della sua duplice qualità medianica (tra la comunità e le divinità e tra i membri della comunità), entra in simbiosi col potere. Una volta assunta la preminenza sociale, il religioso tende a piegare l’arte al proprio fine di legittimazione sociale.

Mi piace pensare che il comico, il grottesco, tutto ciò che apre l’arte verso la dissacrazione si sia originato come sviluppo dell’ancestrale carattere apotropaico dell’arte stessa, vale a dire la sua capacità (quantomeno, tale riconosciuta dalla comunità) di esorcizzare il male, in reazione alla tirannia che la religione stava iniziando a esercitare sull’arte.

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nessuna pretesa di verità, ma aprire qualche finestra
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