LA BIZZARRA MANIERA DELL’ARCIMBOLDO #arte #rinascimento #manierismo

libraio arcimboldo

Giuseppe Arcimboldo o Arcimboldi (lui stesso usava indifferentemente le due varianti) nacque a Milano tra il 1526 e il 1527. Il padre Biagio era pittore presso la Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano. Proprio sotto la guida del padre, dal 1549 lavorò ai cartoni preparatori per le vetrate del Duomo meneghino, suo primo lavoro attestato. Dalla metà degli anni ’50, operò nei duomi di Monza e Como. In particolare, nel capoluogo brianzolo eseguì, affiancato da Giuseppe Meda, un grande affresco raffigurante l’Albero di Jesse, padre di Davide e capostipite genealogico di Gesù, secondo la tradizione. Nell’opera, Arcimboldo dimostrò di essere pienamente immerso nella temperie manierista lombarda, interpretandola in modi raffinati e personali. In quegli stessi anni, secondo la critica più recente, iniziò il suo originalissimo percorso di ritratti composti da frutta e ortaggi, con la prima serie delle Stagioni, custodita a Monaco di Baviera.

Nel 1562 cedette alle insistenze del Principe e futuro Imperatore d’Austria Massimiliano e si trasferì a Vienna, dove fu ritrattista e scenografo di corte. La sua permanenza alla corte degli Asburgo si protrasse per 25 anni, sotto tre Imperatori (Ferdinando, Massimiliano II e Rodolfo II), prima a Vienna e successivamente a Praga, quando Rodolfo II spostò la capitale in Boemia. Come consigliere artistico, fu tra gli artefici della ricchissima collezione di Rodolfo.

Solo nel 1587 rientrò a Milano, con la solenne promessa di continuare a eseguire le sue opere bizzarre per l’Imperatore, come la Flora e il Rodolfo II in veste di Vertunno (divinità etrusco-romana della vegetazione), ritratti nei quali Arcimboldo raggiunse esiti potentemente allegorici, mentre nei Ritratti reversibili, nature morte che divengono, rovesciandole, ritratti composti, diede prova d’impareggiabile virtuosismo. In questi ultimi anni, tenne bottega nelle vicinanze del Duomo, non lontano dall’abitazione di un giovane pittore che proprio in quegli anni muoveva i primi passi di una strabiliante carriera e che diede piena dignità alla Natura morta e fuse il bello con l’orribile, risolvendo a suo modo le stesse ossessioni dell’Arcimboldo: Michelangelo Merisi da Caravaggio. Nel 1592, un anno prima di morire, Rodolfo II lo nominò Conte Palatino.

Fortunato in vita, imitato da artisti (tanto da creare problemi di attribuzione) e celebrato da intellettuali del suo tempo, già dalla metà del XVII secolo venne rimosso dalla memoria e considerato niente più che un bizzarro creatore.  Solo all’inizio del XX secolo venne riabilitato da surrealisti e dadaisti che videro nella sua creatività onirica e nel gusto ludico i segni distintivi di un loro lontano predecessore. Ma i parallelismi con le avanguardie del novecento non si esauriscono qui. Ne Il bibliotecario del 1566, la fisionomia composta da libri, nella sua spigolosità, fa pensare a Cezanne, al Futurismo e al Cubismo. E come non pensare alla serialità teorizzata da Benjamin, che tanta parte ebbe nella produzione artistica del novecento, da Schoenberg a Warhol, di fronte alle serie delle Stagioni e degli Elementi.

La fonte primaria di ispirazione per la sua originalissima vena creativa è da ricercare nei disegni caricaturali di Leonardo da Vinci. Lungi dal potersi considerare esclusivamente vezzo decorativo, la sua bizzarra maniera contiene istanze allegoriche, dissacratorie e anticonvenzionali, oltre a una notevole quantità di rimandi alchemici e occultistici.

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