IL METAROCK DEI DOORS #thedoors #raymanzarek #jimorrison

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Per parlare dei Doors non è sufficiente elencare i loro album ufficiali, 6 in studio e uno live, cercando di cogliere di ognuno le proprie peculiarità. La musica dei Doors è un discorso intorno alla forma canzone, diluita (The end), implosa (When the music’s over), frammentata e riaggregata (The soft parade), ma pur sempre forma canzone; e in quanto forma canzone, di per sè rimandante a sfere differenti da quella musicale: letteratura, teatro, politica e costume. In questo sta la cifra che differenzia il gruppo losangelino da tutti gli altri protagonisti dell’era epica (e tragica) del rock. Altri, prima e dopo i Doors, avevano mostrato spessore letterario, qualità comunicative, impegno politico, capacità di creare tendenza, ma mai tutto questo si era ritrovato concentrato in un’unica Band, anzi, in un singolo artista. Dylan, i Beatles, Hendrix, Janis Joplin si realizzavano nella loro musica; i Doors, in ciò che la loro musica realizzava: l’happening, la sensazione che tutto poteva accadere.

E’ paradossale che l’artista che ha incarnato in modo più completo la rivolta giovanile dei tardi anni sessanta, sia stato il primo a coglierne il fallimento (Five to one). Jim Morrison era il grande cerimoniere della presa di coscienza di un’intera generazione, colui che strappava il velo di Maya della società del benessere, mostrando le miserie dell’essere atrofizzato sotto la stoffa preziosa della religione del consumo. La musica, per quanto supportata da musicisti più che dignitosi (Manzarek, Krieger e Densmore), impagabili nel dare forma alle intuizioni visionarie di Morrison, era unicamente il mezzo veicolante l’happening, attraverso il quale venivano inscenati, in una parata al contempo tragica e grottesca, i grandi numeri universali della vita, tra mito classico e pensiero debole, vocazione al martirio e trascendenza sciamanica, straniamento brechtiano e avanguardia off off Broadway.

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nessuna pretesa di verità, ma aprire qualche finestra
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