ERCOLE DE ROBERTI #rinascimento #pittura #ferrara

ercole de roberti

Nato a Ferrara tra il 1451 e il 1456, Ercole de Roberti si ritrovò, poco più che adolescente, coinvolto nei lavori di uno dei più importanti cicli pittorici del quattrocento, gli affreschi del Salone dei Mesi, nel Palazzo Schifanoia di Ferrara. Il ciclo fu commissionato da Borso d’Este a quella che Roberto Longhi definì “officina ferrarese”, capitanata dai maestri Cosmé Tura e Francesco del Cossa, per celebrare l’investitura ufficiale a Duca di Ferrara da parte di Papa Paolo II. L’esordio di Ercole fu sconcertante: in un contesto già di per sè estremamente sofisticato, sia per l’estro e la perizia dei due già affermati maestri, sia per il vasto orizzonte culturale che sottendeva all’iconografia del ciclo, il giovane artista portò la lezione dei due maestri ad esiti di straniamento antinaturalista del tutto inediti. Particolarmente, negli operai della fucina di Vulcano non è difficile scorgere dei lontani predecessori dei manichini di De Chirico, di quella pittura metafisica che, proprio a Ferrara, quasi 4 secoli e mezzo più tardi, raggiunse la sua piena compiutezza.

Un tale esordio fulminante avrebbe potuto creare non pochi imbarazzi al giovane artista, ma Ercole dimostrò di meritare quanto detto, decenni più tardi, dal solito Vasari che ne colse, unitamente alla natura fantastica, una straordinaria intelligenza. Seguì Francesco Cossa a Bologna per lavorare col maestro al Polittico Griffoni per San Petronio e alla Cappella Garganelli a San Pietro. Nella prima opera , particolarmente nella predella affidatagli con le storie di San Vincenzo Ferrer, riuscì ad evolvere in senso razionalistico lo sperimentalismo  virtuosistico di Schifanoia. Nella seconda, quasi interamente andata distrutta, ma che suscitò l’ammirazione entusiastica di Michelangelo, dal frammento della Maddalena piangente e dalle riproduzioni fotografiche si coglie uno strabiliante espressionismo capace di spingersi fino al grottesco, ma senza mai sviare dalla ricerca di una sua personalissima maniera.

Con la sopravvenuta morte del Cossa, dopo aver portato a termine i lavori per la Cappella Garganelli, Ercole ritornò a Ferrara per aprire bottega col fratello. Per Santa Maria in Porto a Ravenna, dipinse una Madonna con Santi, nella quale relegò l’estro sperimentale ai dettagli, realizzando nell’insieme una sintesi armonica tra la lezione dei maestri ferraresi e il classicismo di Antonello da Messina e Giovanni Bellini. Divenuto pittore di corte in sostituzione di Cosmè Tura, continuò nel suo processo di semplificazione formale, pur mantenendo, in maniera più mediata, la sua forza innovatrice. Ne fa testo l’estremo capolavoro, un’Ultima cena definita dal Longhi la versione più meditata, prima di quella di Leonardo.

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