GIAN MARIA VOLONTE’, ATTORE OLTRE L’ATTORE #volontè #cinema #impegno

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Ci sono diversi tipi di attori: i cani, i mediocri, i bravi e i grandi. Poi ci sono i fasci di luce, molto rari, quelli che trascendono l’arte dell’attore; quelli che, per dirla con Artaud, si fanno geroglifici viventi, carichi di significati e di sacralità. Gian Maria Volonté era un fascio di luce: fare l’attore, per lui, non era nè un vezzo, nè una passione, ma una missione, una testimonianza di verità. Basterebbe confrontare i suoi primi piani con quelli di Eastwood, nei film di Sergio Leone (uno che taeva espressione anche dalle pietre), per rendersene conto. In Eastwood, Leone esalta ogni micromovimento, ogni particolare per riempire lo schermo; con Volontè, tutto si fonde e trascende in qualcosa di altro e di oltre. La narrazione lascia il posto alla poesia, all’epica senza retorica delle miserie umane. Eastwood intrattiene, Volonté va dritto alla coscienza individuale e collettiva.

Accanto alla forza magnetica, una straordinaria qualità mimetica, tanto da impressionare parenti e conoscenti dei personaggi delle sue interpretazioni biografiche (Aldo Moro, Enrico Mattei, Lucky Luciano) e da costringere Elio Petri a cestinare le prime riprese di Todo Modo per l’eccessiva aderenza al personaggio di Moro, in un film che doveva essere solo liberamente ispirato all’attualità politica. La militanza e l’attivismo politico lo portarono a una radicale scelta artistica, dedicando tutti gli anni ’70, centrali nella sua carriera, a film connotati da un forte impegno socio-politico, collaborando oltre che con Petri (Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, Oscar come miglior film straniero, 1970; La classe operaia va in paradiso, 1972; Todo modo, 1976), con Francesco Rosi (Uomini contro, 1970; Il caso Mattei, 1972; Lucky Luciano, 1973; Cristo si è fermato ad Eboli, 1979), Giuliano Montaldo (Sacco e Vanzetti, 1971; Giordano Bruno, 1973). La cifra della sua grandezza sta nelle interpretazioni dei personaggi più lontani dalla sua idea di umanità, come i cinici e deliranti dirigente di polizia di Indagine e redattore capo di Sbatti il mostro in prima pagina di Marco Bellocchio (1972). Il Volontè attore non cedette alla tentazione di rendere caricaturali e ridicoli personaggi tanto detestati dal Volontè uomo, ma, al contrario, la distanza umana nei confronti dei personaggi rese ancora più impressionante l’aderenza alla realtà. Piuttosto, fu proprio nel protagonista de La classe operaia che Volontè liberò il suo lato più istrionico, a rimarcare l’autonomia dell’artista dall’uomo.

L’impegno politico lo portò a rinunciare alla partecipazione a film come Il padrino di Coppola e Novecento di Bertolucci, preferendo film come Actas de marusia di Miguel Littin (1976), storia di un massacro di minatori ad opera della polizia, nel Cile del primo novecento;  ciò gli valse un certo ostracismo da parte del mondo cinematografico, tanto che le sue interpretazioni si fecero sempre più rare, negli anni ottanta. Fu Aldo Moro ne Il caso Moro di Giuseppe Ferrara (1986) e il giudice contro la pena di morte in Porte aperte di Gianni Amelio (1990), ambientato nell’Italia fascista. Durante le riprese de Lo sguardo di Ulisse di Costa Gravas, fu colto da un arresto cardiaco che lo portò alla morte, nel 1994, a soli 61 anni.

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