PAOLO UCCELLO #paolouccello #umanesimo #firenze

paolo uccello

Tra i primi a recepire la rivoluzione spaziale di Masaccio, Paolo Uccello non utilizzò la prospettiva per dare ordine e una maggiore adesione alla realtà alla sua pittura, bensì per offrirle ulteriori campi di indagine e di creazione artistica. Folgorante, a tal proposito, il giudizio del solito Vasari che definì Paolo come un artista tra i più dotati, ma impossibilitato a realizzare appieno il proprio estro dall’ossessione per la prospettiva, ossessione che lo distolse dallo studio, ben più importante per i canoni estetici del tempo, della figura umana e della natura.

Sulla stessa linea l’aneddoto che lo volle orgoglioso nel mostrare all’amico e protettore Donatello i mazzocchi (parte di copricapi dei gentiluomini a forma di ciambella, sui quali si andavano a fissare i tessuti) e altre arditezze prospettiche; il divino scultore lo avvertì, con toni tristemente profetici, che la prospettiva gli avrebbe fatto lasciare il certo per l’incerto, condannandolo a lavori minori, come l’intarsiatura degli arredi delle famiglie nobili, lavori ai quali Paolo fu costretto nell’ultimo periodo della sua lunga vita.

La peculiarità stilistica di Paolo Uccello sta nella contraddizione tra lo sperimentalismo estremo e l’attardamento ai canoni del Gotico internazionale, mai del tutto superati. Esemplari, a questo riguardo, i tre pannelli della Battaglia di San Romano, nei quali le torsioni e gli scorci funambolici di cavalli e cavalieri, convivono con un senso di horror vacui e un gusto per la scena cortese tipici del tardo Gotico. Nel coevo San Giorgio e il drago, alla ricerca volumetrica e spaziale si aggiunge un’inedita luminosità, in un contesto stilistico e iconografico ancora tardo Gotico.

Altra peculiarità, presente nel San Giorgio e ancor di più nelle lunette di Santa Maria Novella e nel Giovanni Acuto del Duomo fiorentino, è la tendenza alla monocromia che conferisce alle opere un alone di astrazione metafisica. Particolarmente, nella lunetta con le storie di Noè in Santa Maria Novella, questa sensazione metafisica, amplificata dal deterioramento temporale dell’opera, fa venire in mente De Chirico e certi esiti del generale ritorno all’oggettività successivo alla Grande Guerra.

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