BOUVARD E PECUCHET #gustaveflaubert #romanzo #letteraturafrancese

bouvard e pecuchet

Ultima e incompiuta (a causa dell’improvvisa morte dell’autore) fatica letteraria di Gustave Flaubert, Bouvard e Pecuchet è un romanzo che offre un caleidoscopio di piani di lettura.

E’ la storia di due copisti cinquantenni che s’incontrano per caso e iniziano a familiarizzare, dopo aver notato di avere entrambi il proprio nome stampato sul cappello. I due scoprono di avere un’identica aspirazione: abbandonare il lavoro e la città e prendere una casa e un appezzamento di terra in campagna. L’occasione si presenta tre anni dopo, quando Bouvard riceve l’eredità paterna e, insieme alle liquidazioni dagli impieghi, decidono di investire il capitale in una tenuta nel Calvados. Ma, nonostante gli studi di agronomia, i due vanno di fallimento in fallimento. Iniziano così un’Odissea nello scibile umano, alla perenne ricerca di una scoperta in grado di eternare i loro nomi, ma sempre immancabilmente ridicolizzati dagli esiti delle loro ricerche. Tant’è che alla fin fine, i due decidono di ritornare alla vecchia professione ed iniziano a copiare, brano per brano, la loro biblioteca privata.

Epica dell’idiozia, si potrebbe dire, naturale compimento di quell’epica del grottesco, tanto cara alla letteratura francese (e non solo), da Rabelais in poi. Non più l’iperbole inverosimile che dissacra il senso epico del racconto, ma un realismo severo contro il quale si scontra e soccombe la volontà di emergere dalla massa dei due.

Ma l’idiozia di Bouvard e Pecuchet è riscattata dall’incanto con cui osservano e interpretano la vita. E qui fa capolino Voltaire, l’ingenuità di Candido, l’ottimismo indomabile, nonostante le durissime prove della vita. I due non riescono a tirar fuori la testa dalla mediocrità, vanno di fallimento in fallimento, ma la loro vittoria sta nell’aver affrontato ogni tentativo con entusiasmo e curiosità.

In altri termini, passando dal piano psicologico a quello sociologico, il romanzo di Flaubert appare come un elogio del dubbio e un rifiuto ad ogni significato escatologico del progresso scientifico, in aperto contrasto con la cultura positivista dominante e che si accingeva a vivere i suoi decenni di apoteosi. L’esplorazione degli abissi della betise, contenuta, oltre che nel romanzo, anche in quella sorta di compendio enciclopedico, rimasto a livello di abbozzo, che ne doveva costituire la seconda parte; l’esplorazione della betise (bestialità, idiozia, luogo comune), dicevo, apre un orizzonte presago del postmoderno, di un’epoca, la nostra, sospesa nel paradosso dell’abbondanza di comunicazione e della povertà di significati. Flaubert intuisce la deriva della massificazione, dell’idiozia di massa. Perchè, come scriverà Ennio Flaiano, proprio meditando sull’estremo capolavoro  flaubertiano:

Il metodo flaubertiano avrebbe dovuto essere applicato dai riduttori alle sciocchezze che vengono oggi diffuse come incrollabili verità. E allora avremmo avuto Bouvard e Pécuchet impegnati a saggiare la verità della cultura di massa, della rivoluzione culturale, del libero erotismo, del delirio scientifico, del collage come romanzo, della contestazione globale, del teatro della crudeltà, della meccanizzazione totale, della disalienazione promessa dai partiti, dell’arte come terapia e della terapia come arte, eccetera”.

Per poi concludere:

“Oggi Flaubert riscriverebbe il suo romanzo o lo vieterebbe ai riduttori teatrali. Per la ragione che essi non credono nel progredire e nel variare incessante della stupidità. Che oggi non è tanto più borghese, razionalista e volterriana, come ai tempi del farmacista Homais, quanto tesa verso il futuro, piena di idee. Oggi il cretino è pieno di idee”.

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nessuna pretesa di verità, ma aprire qualche finestra
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