LA BANALITA’ DEL BENE #arendt #brecht #shoah #totalitarismo

banalità del male

Nel 1961, la grande filosofa Hannah Arendt venne inviata dal settimanale “The New Yorker” a Gerusalemme, per seguire il processo ad Adolf Eichmann, un mediocre burocrate nazista, ligio e solerte organizzatore ed esecutore dei piani della Soluzione finale. La Arendt, ebrea tedesca costretta ad emigrare prima in Francia e successivamente in America, fu colpita dall’estrema normalità di Eichmann, dai suoi comportamenti ordinari, dalle sue aspirazioni mediocri. Dai resoconti del processo scaturirà, due anni dopo, il saggio “La banalità del male”, tassello fondamentale di quell’indagine sulle aberrazioni del totalitarismo che rappresenta uno degli apporti più importanti della Arendt al pensiero etico e politico contemporaneo. La filosofa aveva riconosciuto nell’ordinarietà di Eichmann, il paradigma di un atteggiamento comune a milioni di persone che, con differenti gradi di coinvolgimento, finanche con la semplice indifferenza, avevano consentito al delirio nazista di portare a compimento tanto orrore.

Ma c’è l’altra faccia della stessa medaglia, mirabilmente sintetizzata nella celebre frase di Bertolt Brecht:

“Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati”.

Ecco, accanto alla banalità del male, bisognerebbe sempre considerare la banalità del bene, quel voler apparire migliori di ciò che si è, negando ogni sentimento negativo, malgrado le evidenze. L’adesione acritica ad ogni pensiero dominante, sia esso aureolato o con i piedi di capro, è pur sempre sintomo di un patologico infantilismo civico che rende gli individui incapaci di responsabilizzarsi in modo autonomo. Alla resa dei conti, la differenza tra la mostruosità aberrante e la superficiale autobeatificazione sta tutta nei differenti condizionamenti ambientali ed epocali coi quali ognuno deve fare i conti, nel corso della sua vita.

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