A CHE I POETI? #rilke #Hölderlin #leopardi #poesia #crisi

prometeo“A che i poeti in tempo di indigenza?” si interrogava Hölderlin, all’alba del XIX secolo; dove l’indigenza stava tutta nella scomparsa della sacralità della vita, dell’essere, obnubilati dalla nascente fede nel progresso tecnologico. Per Hölderlin, gli Dei erano fuggiti a causa del venir meno della capacità dell’uomo di comunicare con loro; il compito del poeta era di discendere nell’abisso, mettersi sulle loro tracce e indicarle al popolo. In questo, Hölderlin mostrava, insieme alla straordinaria qualità profetica e filosofica, un’incapacità ad oltrepassare il pregiudizio romantico dell’età dell’oro, di un passato idealizzato, visto come unico rifugio dalla miseria del presente. In termini leopardiani, si potrebbe tranquillamente parlare di pessimismo storico.

Oltre un secolo dopo, Rainer Maria Rilke, nel suo capolavoro lirico “Elegie Duinesi”, giungeva a ben diversi esiti. Le cose vengono messe in chiaro già dalla prima elegia:

…Ah, di chi mai ci possiamo valere? Degli angeli no, degli uomini no, e i sagaci animali, lo notano che, di casa nel mondo interpretato,non diamo affidamento….

La miseria, dunque, non è data solo dal crollo delle illusioni sotto l’assalto della civiltà delle macchine, ma soprattutto dal vizio congenito dell’uomo di voler interpretare e classificare ogni cosa. Gli Dei non son fuggiti, il sacro non si è nascosto; è l’uomo incapace di vederlo perché non si accontenta di vederlo; vuole comprenderlo intellettualmente, senza esserne compreso. Sotto questa luce (e questo è un mio azzardo!) la frase più enigmatica di questa stessa elegia:

Perchè il bello non è che il tremendo al suo inizio

potrebbe essere letta come un rovesciamento della teoria del sublime kantiana. Ma senza scomodare Kant, non mi pare una forzatura mettere in relazione il Rilke delle Elegie con il pessimismo cosmico di Leopardi; un pessimismo, però, non disperato, ma sereno, contemplativo.

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3 risposte a A CHE I POETI? #rilke #Hölderlin #leopardi #poesia #crisi

  1. Amedar ha detto:

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  2. isidoromartinelli ha detto:

    Grazie per l’interessante articolo.
    Vorrei aggiungere, marginalmente, questa mia modesta riflessione : proprio nei periodi di indigenza la poesia dovrebbe dare il suo apporto di acqua pura.
    La poesia già esisteva prima della tecnologia, continuerà a coesistere con la tecnologia.
    Non mi sembrano incompatibili.
    Questo stesso blog ne fa prova.
    Com’è noto, Salvatore Quasimodo ha espresso nei suoi versi ” Alle fronde dei salici” tutta la sua amarezza per gli orrori ( e per la stupidità ) della guerra contestualmente alla nobiltà ed all’essenzialità del richiamo poetico.
    Un saluto

    Ps.Se ti capita di passare sul mio sito, ti segnalo sullo stesso argomento la mia poesia “Ai Poeti”

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