PRIMA LE FORME, POI LE RIFORME #elezionipolitiche #monti #berlusconi #pb2013

ienaDa vent’anni non si fa altro che parlare di riforme e di riforme in Italia ne sono state fatte tante, in questo ventennio; tutte inadeguate, naturalmente. Perchè prima di fare le riforme, bisognerebbe avere le forme che, in politica, non possono che essere rappresentate da partiti o coalizioni magari eterogenei, ma concordi sui punti programmatici fondamentali. Invece, si continuano ad allestire carrozzoni all’insegna del “più siamo, meglio è”, tanto per mettere le mani avanti di fronte al fallimento dell’azione riformista. Che Berlusconi scarichi le responsabilità su alleati inaffidabili o su lacci e laccioli costituzionali, non è una novità; i capri espiatori della sua incapacità di governare sono noti: prima la lega, poi Casini, Fini, il complotto internazionale, la magistratura e i presidenti della Repubblica comunisti. Oggi il vecchietto viagrato si dice pronto ad aprire alle coppie omosessuali; evidentemente, era Fini a costringerlo a dire cose tipo “meglio puttaniere che gay”, non la sua sottocultura da bar. Il sobrio professore Monti non può seguirlo su questo tema: ha appena incassato l’endorsement della gerarchia ecclesiastica proprio come baluardo contro queste riforme che, usando le parole del papa, minano la pace sociale. Per questo si affretta a dire che le priorità sono altre, l’economia e il lavoro innanzitutto, le cui riforme, a suo dire, sono  state osteggiate dall’atteggiamento conservatore del Pd, il partito che più ha rischiato il consenso per sostenere il governo tecnico e che l’ha mantenuto proprio perché ha fatto da argine alle derive elitarie e antipopolari della banda di Monti; il professore ora è in vena di concessioni alle amministrazioni locali, ma quando era in carica, è stato il Pd ad assumersi l’onere di mediare tra i tagli indiscriminati dei tecnici e le istanze del territorio. Sarebbe interessante sapere di che natura potrà essere il riformismo di Monti, ad esempio, sull’acqua pubblica, trovandosi ad essere sostenuto da una parte dal cristanesimo sociale di Riccardi e del presidente Acli Olivero, che fu in prima linea per il si nell’ultimo referendum; dall’altra dai noti prenditori pubblici, come Montezemolo, e dai loro prestanome, come Casini. Siamo alle solite, insomma: le riforme saranno aborti, ma ci sarà abbondanza di capri espiatori ai quali addebitare il loro fallimento. Anche perchè, se si facessero per una volta delle buone riforme, poi non si saprebbe più cosa raccontare in campagna elettorale.

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