REBORA: IL MALEDETTO TIMORATO #poesiaitaliana #novecento #lavoce

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Clemente Rebora è stata una delle voci più originali della poesia italiana del novecento. Coetaneo di Campana, come il marradese entrò a far parte delle scuderie della storica rivista “La voce”, diretta prima da Prezzolini e poi da Papini. Di educazione laica e liberale, l’esperienza traumatica di trincea nella Grande Guerra lo avvicinò progressivamente al cattolicesimo, fino a fargli prendere i voti tra i padri Rosminiani, abbandonando per lungo tempo la letteratura e distruggendo le copie in suo possesso degli scritti precedenti.

Il profondo dissidio intimo che lo porterà al sacerdozio è il leit motiv anche dell’opera precedente, particolarmente nelle raccolte Frammenti lirici e Canti anonimi; ma se in quest’ultima, pubblicata nel 1922, fa già capolino l’anelito alla pace dell’anima che sfocerà nella conversione, nei Frammenti Lirici del 1913, Rebora non trova altra soluzione che l’apocalisse catartica per risolvere il dissidio esistenziale. Ed ecco il poeta cogliere tutta la malinconia celata dietro il progresso (ancora le magnifiche sorti e progressive!) in “O carro vuoto sul binario morto”; di più, un semplice temporale diviene occasione di resettaggio e apocatastasi in “turbine” (e guizzi e suono e vento/tramuta in ansietà/d’affollate faccende in tormento:/e senza combattere ammazza.) e in maniera decisamente più esplicita in “O pioggia dei cieli distrutti”, i cui versi conclusivi non ammettono replica:

O pioggia dei cieli distrutti
che per le strade e gli alberi e i cortili
livida sciacqui uguale,
tu sola intoni per tutti!
Intoni il gran funerale
dei sogni e della luce
nell’ora c’ha trattenuto il respiro:
bussano i timpani cupi,
strisciano i sistri lisci,
mentre occupa l’accordo tutti i suoni;
intoni il vario contrasto
della carne e del cuore
fra passi neri che han gocciole e fango:
scivola il vortice umano,
vibra chiuso il lavoro,
mentre s’incava respinta l’ebbrezza.
Ma tu, ragione, avanzi:
onnipossente a scaltrire il destino,
nell’inflessibil mistero
a boccheggiare ci lasci;
ma voi, rapimento e saggezza
in apollinea gioia
in sublima quiete,
al marcio del tempo le nari chiudete
o mitigando l’asprezza
nella fiala soave dell’estro
o vagheggiando dall’alto
la vita, che qui di respiro in respiro
è con noi belva in una gabbia chiusa!
Un’eletta dottrina,
un’immortale bellezza
uscirà dalla nostra rovina.

Ma è soprattutto in “Primavera”, componimento in cui sono più chiare le ascendenze leopardiane, specie dell’ultimo Leopardi de “La ginestra”, che l’invettiva contro la mondanità e la frivolezza della modernità assume toni savonaroliani. I contenuti si esplicano già nella domanda retorica che apre la lirica (“E’ primavera, questo accasciamento/nell’ebete riflesso/di un caldo umido vento/che monotono incrina/la crosta cittadina/e suono fesso rende?), a cui il poeta non può rispondere che con quel “forse altrove sei bella”, eco fedele del “qualche bene o contento/avrà fors’altri; a me la vita è male.” del canto notturno del recanatese. E se si palesa la vocazione religiosa (“Eppur, la fede e il responso tentai”), quel buon Dio che gli darà conforto nel disagio estremo, per ora non è che un ulteriore motivo di sofferenza, al quale Rebora non può che ribellarsi: “Oh, se avvelenati denti/mi saettassero fuor della bocca/per mordere cuore e cervello su te,/mentre la gola rugghiasse a sterminio/il terrore del mal che m’infosca/e drizzasser le mani ogni nocca/in artigli selvaggi a squarciare/Dio e i scellerati buoni!”.

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