LA LUNGA LINEA D’OMBRA: PER UNA GENEALOGIA DEL MALEDETTISMO #prometeo #artaud #rimbaud

Berthelemy-Prometheus

“Quello che soffro è contro la giustizia” è l’urlo con cui due millenni e mezzo fa Eschilo concludeva il suo Prometeo incatenato. La giustizia in questione non era l’imperfetta legge umana, ma quella divina di Zeus che aveva condannato il semidio al ben noto terribile supplizio per aver donato il fuoco “artefice di tutto” ai miseri mortali, in tal modo emancipandoli almeno in parte dall’arbitrio divino. Il fuoco “artefice di tutto” rappresenta la fondazione della tecnologia, ovvero l’uomo che si fa demiurgo, prerogativa fino allora esclusiva degli dei.

Gerard de Nerval – al pari di un altro grande maledetto, il suo quasi coetaneo Edgar Allan Poe, considerato tra i precursori  di simbolismo e surrealismo – nel suo racconto “Balkis, la regina del mattino e Solimano, il principe dei geni”, uno degli intervalli onirici inseriti in “viaggio in Oriente”, prendeva a pretesto il viaggio leggendario della regina di Saba alla corte di Salomone, suo promesso sposo, per rappresentare lo scontro eterno tra l’ipocrita arbitrio del potere, impersonato dal re giudaico e la capacità demiurgica del geniale costruttore del tempio Adonhiram, portatrice di bellezza e progresso.  Il fascino che l’architetto esercita sulla bellissima yemenita gli sarà fatale: Salomone assolda dei sicari per assassinare Adonhiram ed il suo corpo viene portato dai geni al cospetto di suo padre, Tubalcain, discendente diretto del padre di tutti i maledetti della tradizione giudaica, Caino.

E proprio nell’ottocento francese, a cui appartiene Nerval, che questa “maledizione” del portatore di verità assurge a un ruolo di primo piano nella letteratura, particolarmente nei versi dei due giganti della poesia transalpina, Baudelaire e Rimbaud. Del primo, basterebbe citare quella sorta di seconda prefazione al suo capolavoro “I fiori del male” intitolata “Benedizione”, nella quale la parusia del poeta viene accolta dalla maledizione della stessa genitrice, dallo scherno della società e dal cinico opportunismo della sua donna; il poeta non può trovare altra consolazione che l’invocazione finale a Dio: “benedetto Dio che doni sofferenza/come divino rimedio alle nostre impurità/e come migliore e più pura essenza/per disporre i forti alle sante voluttà!/Lo so che al poeta tu conservi un posto/tra le schiere beate delle legioni sante/e che l’inviti a quella festa eterna/di troni, virtù e dominazioni./Lo so che il dolore è la sola nobiltà/che mai terra o inferno morderanno/e che occorrono tutti i tempi e gli universi/per intrecciare la mia mistica corona./Ma non basteranno le perdute gioie/ dell’antica Palmira, i metalli ignoti,/le perle del mare dalla tua mano incastonate/per quel bel diadema chiaro e sfolgorante;/perché sarà fatto di sola luce pura,/attinta al fuoco santo dei raggi primitivi/ e al confronto occhi mortali di massimo splendore/non sono altro che piangenti e oscuri specchi.” (trad: Giacinto Spagnoletti). Dal suo canto, il giovane poeta di Charleville anticiperà, appena diciassettenne, nella lettera del veggente, i suoi precoci e definitivi esiti poetici, “una stagione all’inferno” e “le illuminazioni”, vale a dire il veemente “J’accuse” lanciato contro il potere costituito dal triumvirato Dio-Patria-Famiglia, ottenebratore e persecutore del poeta prometeico e della sua potenza rivelatrice.

Non poteva che essere un francese, il poliedrico Antonin Artaud, attore e autore teatrale e cinamatografico, poeta, intellettuale, ma soprattutto geniale teorico del teatro, il primo a tentare una ricostruzione genealogica del maledettismo, ponendone a capostipite François Villon e inserendo nell’albero Nietzsche e Van Gogh, ai quali era accomunato, come a Nerval del resto, dalla patologia psichica.

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