LA #MAIEUTICA INVERSA DI #AMLETO #shakespeare #rovesciamento #socrate

amleto bene

Come chiunque abbia frequentato minimamente la filosofia greca ben sa, la maieutica, letteralmente arte della levatrice, è quel procedimento dialettico di cui fu assoluto campione Socrate, perlomeno il Socrate tramandatoci da Platone, consistente nel tirar fuori dall’allievo o dall’antagonista delle verità, attraverso il ricorso a domande secche (brachilogia) volte a confutare le false convinzioni, imposte da un apprendimento dottrinario e retorico.

Questo metodo viene destrutturato e rovesciato dall’Amleto shakespeariano, il quale, attraverso una tale procedura, intende rendere palese la cortigianeria e la mancanza assoluta di onestà intellettuale di alcuni personaggi che ruotano attorno al re usurpatore. Ecco il senso dei dialoghi  seguenti,  anticipatori di Samuel Beckett:

Amleto: Vedete quella nuvola laggiù? Non ha quasi la forma d’un cammello?

Polonio: Càspita! Ci somiglia veramente!

Amleto: O piuttosto, direi, ad una donnola.

Polonio: Dal dorso, infatti, sì, sembra una donnola…

Amleto: O una balena…

Polonio: Proprio, una balena.

atto III scena II     (traduzione Luigi Squarzina)

Amleto: Ed io, signore, la riceverò con ogni diligenza del mio spirito. Ma mettete il cappello al posto suo: è fatto per il capo.

Osrico: Grazie, vossignoria. Fa molto caldo.

Amleto: No, no, credete a me, fa molto freddo, soffia la tramontana.

Osrico: È vero, infatti. Fa alquanto freddo.

Amleto: Eppure sento un’afa…un caldo, o sarò io forse che…

Osrico: Sì, è vero, mio signore, un caldo afoso, come se fosse… beh, non saprei dire…

atto V scena II     (traduzione di Luigi Squarzina).

Tutto ciò, viene sintetizzato magistralmente nel dialogo del principe con Rosencrantz e Guildestern, i quali, dopo essere stati indottrinati a dovere da Claudio sul metodo maieutico da utilizzare con Amleto per far venire fuori le sue reali intenzioni:

Re: e non potreste cavargli, senza averne l’aria, perché affetti quelle stranezze, che scheggiano la superficie dei suoi giorni con asperità così pericolose?

……..

Guildestern: E non è a dire che sia facile sondarlo: si sottrae con astuzia da demente a ogni nostro sforzo di indurlo a confidenze significative.

…….

Rosencrantz: avaro di domande, prolisso di risposte.   (Atto III, scena I; trad. Luigi Squarzina)

dicevo, dopo essere stati indottrinati così dal Re, la maieutica dei due giovani cortigiani viene rovesciata completamente da Amleto, nella scena che introduce il dialogo delle nuvole con Polonio, di cui sopra:

Rosencrantz: qual è, monsignore, la causa del vostro turbamento? E’ un chiudere a catenaccio la guarigione, celare all’amico ciò che ci affligge.

Amleto: signore, non faccio strada.

Rosencrantz: che dite? Non avete la parola del re per la successione in Danimarca?

Amleto: è vero, signore, ma: “campa, cavallo mio” – banalità dei proverbi. ( passano gli attori con dei flauti) I flauti! Datemene uno. Finiamola: perché la fate da battitori con me, quasi voleste cacciarmi in una rete?

Guildestern: monsignore, se il mio zelo è troppo ardito, è la mia devozione che è importuna.

Amleto: non capisco bene. Suonate questo flauto.

Guildestern: non posso.

……..

Amleto: vi supplico.

Guildestern: non conosco lo strumento, monsignore.

Amleto: è facile come mentire. Governate le aperture con le dita e il pollice, date fiato con la bocca ed esso emetterà la musica più eloquente. Guardate, queste sono le chiavi.

Guildestern: ma non saprei trarne musica: non ne ho l’arte.

Amleto: vedi in che bassa stima mi tieni! Vorresti suonarmi, vorresti far conto di conoscere le mie chiavi, di poter sondare il cuore del mio mistero; vorresti farmi cantare dalla nota più bassa fino al culmine del mio registro, e in una cannuccia, qui, c’è tanta musica, eccellente voce, eppure non sai farla parlare. Pensi che io sia più facile a manovrare di un flauto? Qualunque strumento io sia, anche se puoi strimpellarmi, non mi puoi suonare.     (Atto III, scena II, trad. Luigi Squarzina).

Ecco emergere ancora una volta la vera cifra della grandezza del dramma shakespeariano: la modernità, pardon, sir  Jan Kott, la contemporaneità; o meglio ancora, la postmodernità dominata dalla crisi, dal dubbio che non risparmia nulla, neanche la millennaria autorità della logica e della maieutica socratica.

Dal buio del medioevo, il principe immalinconito non vede solo la luce dell’avvenire, ma anche i suoi buchi neri.

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