LA #GUERRA DELLE #PROVINCE

Come previsto, il taglio delle province sta scatenando una guerra tra i vecchi capoluoghi, sia per la conquista del titolo di nuovo capoluogo, sia per la riluttanza alla convivenza tra popolazioni di zone adiacenti tra loro, ma storicamente e culturalmente in competizione. Non so come si risolverà la guerra tra pontini e ciociari, tra romagnoli rivieraschi e bizantini, per non parlare del proverbiale campanilismo toscano tra Livorno, Pisa e Lucca o Prato e Firenze, ma c’era un modo per evitare tutto questo: l’abolizione delle province e l’istituzione di assemblee intermedie formate dai delegati dei consigli comunali e dai consiglieri regionali del territorio, distinte, a seconda della differente vocazione, in aree metropolitane (agglomerati con oltre 300-400 mila abitanti), aree urbane (con oltre 50-100 mila abitanti) e distretti amministrativi (aree a vocazione rurale). In questo modo, oltre a uno snellimento della burocrazia, grazie ad istituzioni con una maggiore capacità di adattamento alle specificità dei territori, con le assemblee che diverrebbero i luoghi deputati al dialogo tra comuni e regioni, si risparmierebbero i costi delle elezioni e gli stipendi dei consiglieri e delle giunte provinciali, sostituiti dai molto meno onerosi gettoni-rimborso per ogni convocazione assembleare. I finanziamenti atti alla copertura delle delibere assembleari dovrebbero essere filtrati, a seconda della pertinenza, dai comuni o dalle regioni.

Anche perchè il fatto che si risparmi dimezzandone il numero in questi tempi di crisi, non esclude affatto che, in tempi di vacche grasse, questi enti riprendano a moltiplicarsi nuovamente, come l’aumento del chilometraggio dei consiglieri, statene certi, scatenerà un aumento proporzionale, se non esponenziale, dei rimborsi.

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nessuna pretesa di verità, ma aprire qualche finestra
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