RROMMBODDITTUONO E I CAVALIERI TETRAMORATI ALLA CONQUISTA DEL VELLO TRICOLORE

Aurora allungò le sue rosee dita sulla putrida perla calcarea ed il Dio della sfera di cuoio discese sul prato del tempio ed entrò nel suo ampio torace.
Dentro lo stadio – così nomato per via di quell’eroe eponimo sardofeniciopunico – lui, novello Ampsicora, sfoderò un titanico sinistro dopo profonda proiezione diagonale…
Gool! Gool! Arrodugò! Il ruggito dei fedeli astanti sottolineò il momento in cui la sacra sfera di cuoio oltrepassò il limite uterino dell’avversa sponda.
Un confuso vociare libravasi per l’aria intrisa dei generosi aromi che la terra dei coni tronchi di pietra su pietra da sempre dispensa ai suoi figli; erangli, i suddetti aromi, prodotti o meglio esalati dalle vivande che ogni devoto ai sacri misteri della sfera di cuoio portava seco, onde ingraziarsi il Dio: malloreddus al sugo di salsiccia, proceddu affogato nel mirto, grive, sebadas, piricchittus, gueffus, pan’e saba, casu marzu, nepente, cannonau e abbardente di seui; e ancora culurzones al sugo con la mentuccia, scabeccio, burrida, lissa in salamoia, vernaccia di Oristano, malvasia di Bosa, moscato e nasco casteddaio e vermentino di Gallura. Su tutto quel confuso vociare di fedeli ed esalare di aromi, distinguevasi un nome ritmicamente scandito in quattro quarti, ripetuto decine e centinaia di volte, quasi fosse un mantra catartico; un nome che, a prestar bene orecchio, lo si sarebbe trascritto pressapoco così: GIGGIRRRIVVA.
Eragli costui tale Luigi Riva da Leggiuno, prealpi varesotte, disceso in questo estremo lembo di Nordafrica svariati anni addietro con un magone da non si dire! Sognava l’Internazionale meneghina, da buon lumbard, sognava l’Inter, l’orecchiuto ragazzo, l’Inter di AccaAcca, Luisito, Baffo e Fogliamorta…di venire nella putrida perla calcarea per vestire il rossoblù tetramorato non né voleva proprio sapere; ma lo sciamano Arricca, con abile arte verbale riuscì a far breccia nel castello dei suoi sogni di gloria padana e fù così che, proprio nell’estate in cui i quattro baccarozzi di Liverpool si rivelarono all’orbe terracqueo, l’orecchiuta vedetta lombarda sbarcò nell’antica città di scirocco e maestro, tanto per provare – si disse – convinto che di là dal mare una maglia nerazzurra sarebbe stata presto pronta per lui. Ma l’ossuto ragazzo non aveva fatto i conti coi dardi del mal di Sardegna, mediterranea saudade per gli odori di macchia, i profili e i colori di rocce e di piante scolpiti dal vento e gli sfumati, i leonardeschi sfumati del mare e dei campi. Folgorato dalla rena del Poetto o da un volo di fenicotteri rosa nel tramonto salino e lagunare, il tamburino lombardo fece di quella che doveva essere terra di temporaneo confino la sua patria eletta e prediletta.
In virtù di questo sentimento, corrisposto in modo assoluto dalla folla dei fedeli che domenicalmente si assiepavano sulle gradinate ellittiche del tempio, Giggirrrivva, o meglio – com’ebbe a epitetarlo il sommo sacerdote dei misteri della sfera di cuoio Sciur Uan Brera – Rrommboddittuonno – per via del suo titanico tiro mancino – Rrommboddittuonno, dicevo, in virtù di questo sentimento bipolare, divenne il paladino dell’orgoglio di un popolo, il sardo per l’appunto, un popolo dal lunghissimo passato ma paradossalmente senza storia; come stavano a significare quei coni tronchi di pietra su pietra sparsi a migliaia e migliaia su ogni pallida altura che dominasse una giara o una piana o una valle o una cala, calcarei e basaltici e granitici, muti testimoni dei fatti che diedero vita al mito di Atlantide: i nuraghi ed i loro antichi costruttori, i neri Tursi, migrati dalle lontane coste dell’Oman e dello Yemen dov’erano guerrieri e pastori e mercanti tra l’Oriente e il paese
di Kush, col nome di Yam, maestri nel bronzo; poi venne la bionda orda Shardana a metter loro il giogo, Issocadores e Mamuthones come ancor oggi appaion in tempi carnascialeschi di Barbagia; Issocadores e Mamuthones che insieme sfidarono il mare per far tremare l’Egitto e crollare il paese di Hatti, coi siculi, i libici e i greci; Ramsete il grande diede loro terra ad oriente del delta del Nilo ove nacque la città di Pelusio e per farseli amici ne fece mercenari scelti del suo esercito; e si diffusero fino ai monti che videro il supplizio di Prometeo, entrando nel sangue delle classi regnanti dei popoli turbolenti di quei tempi. E ancora l’impresa più ardua: varcare l’oceano dal nome del mito e risalire l’altopiano andino, fino a Tihuanaco, dove divennero Dei immortalati dagli anonimi artisti.
Ma la storia necessita di oblio per divenire mito ed il tramonto si distese purpureo quando sui possenti legni arrivarono i fenici; si perpetuò coi bellicosi lor figli di Cartago e coi latini e i vandali e i bizantini. Si vide una pallida aurora quando, tra i distratti e contratti bizantini, sbocciò il quadrifoglio giudicale, prima che i mercanti di Pisa e di Genova arrivassero a salassare l’ubertosa isola podoforme e le orde d’Iberia la fecero lor schiava per lunghi secoli bui, d’Eleonora frantumandone il sogno; e poi avanti ai Savoia razziatori e ancora a Roma, matrigna come sempre.
Ma ora la lunga notte di cattività era finita; ora c’era lui, Giggirriva, a far rialzare la testa; lui, Rrombodittuono, il condottiero indomito e i suoi cavalieri tetramorati alla conquista del vello tricolore. Codesti cavalieri, novelli argonauti per l’acque del fiume Eridano, gli erano in numero di dieci più taluni rincalzi e il capovoga, Manlio il demiurgo, filosofo del non essere o dell’essere altrove, di cui dirò più in là. Per ora andiamo col catalogo dei novelli argonauti: l’aracnide Rickj Albertosi a tessere impenetrabili tele tra gli eburnei legni del rettangolo uterino; Cerbero Martiradonna a mordere i polpacci della ballerina di turno, perfettamente in linea col suo nome; Cera ampiafronte libero, libero dietro dacché Tommasin Foltociglio cadde sul campo; Riciotti Greatti a dar di geometria alla manovra; l’aureocrinito Poli e lo svettante Zignoli in contraerea; Comunardo il generoso dio dell’autogol, così nomato per via del cuor d’oro suo, facile alla commozione verso gli infelici avversari, tanto da mandar la sacra sfera ad infilarsi dietro l’aracnide, quando -sovente- non ci riuscivan da loro; Santero de Carvalho ballava il samba ubriacando l’avversario; Domingo stantuffava sulla destra, Brugnera incursore sull’avanti e Bobo Gori in appoggio al condottiero; altri attendevano il loro turno sulla panca, dove Manlio il demiurgo, tra un pisolo e un apostrofo pesante al guardalinee, studiava la strategia giusta per agganciare la ruota del grande meccanismo.
Eragli, tale demiurgo, Manlio Scopigno, cinico-epicureo-patristico filosofo del non-essere o dell’essere altro o altrove, tra due guanciali d’oro in ispecie. Ogni notte di vigilia di battaglia, Manlio il demiurgo riceveva l’illuminante visitazione del Dio della sacra sfera di cuoio, delucidantegli la strategia migliore. Egli seguiva il sacro epos dell’agone ellittico seduto appunto sulla panca, tutto contratto in una lettura astrale e astrusa del cimento prativo, il grugno perennemente contrariato: parevagli di gran fatica l’essere al mondo, il dover fare -avrebbe detto l’Arturo Sciopenauer- ciclico capolino nella rappresentazione, lui che tanto amava la volontà latente.

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